”Non recidere, forbice, quel volto” di Eugenio Montale

EUGENIO MONTALE, Non recidere, forbice, quel volto, in Le occasioni, 1937

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

In “Non recidere, forbice, quel volto” Montale affida alla forbice il gesto simbolico del tempo che recide e cancella. Il volto evocato non è solo quello di una persona amata, ma diventa memoria e traccia di ciò che è stato. Il poeta chiede un rallentamento, quasi un atto impossibile contro l’inevitabile. Il linguaggio è essenziale, privo di ornamenti, e proprio per questo più incisivo. La perdita viene raccontata attraverso immagini precise e fredde. La poesia vive di tensione tra il desiderio di trattenere e la consapevolezza che nulla può essere salvato del tutto.

Cosa mi ha ispirata?

Montale mi ha ispirata per il modo in cui affronta la perdita senza cercare di addolcirla. Nelle sue poesie non c’è consolazione, solo la consapevolezza di ciò che viene tolto. Questa sobrietà rende il dolore più reale, più vicino. Montale non spiega, lascia che siano le immagini a parlare. È proprio questa essenzialità che mi ha mostrato come si possa dire molto usando poco. Nella sua poesia ho riconosciuto un modo onesto di stare davanti a ciò che si perde.

”Non cancellare, gomma, quei ricordi”, una mia poesia

Non cancellare, gomma, quei ricordi,
arcobaleno in un paesaggio grigio,
non coprire con un velo scuro e cupo
l’unica luce per dimenticarmene, annegare nel grigio.


Il gelo piove… Montagne si coprono.
Tutto si cancella: una immensa gomma
rimuove ogni sorriso, luce, piuma
e opacizza tutt’intorno.

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